appunti, spunti e amenità varie...
Bisogna rappresentare la vita non come è né come dovrebbe essere ma come essa ci appare nei sogni (A. Checov)
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chiacchierona, egocentrica, esageratamente pignola e puntigliosa, permalosissima, sufficientemente nevrotica, normalmente egoista, scarsamente autoironica, eccessivamente curiosa, leggermente presuntuosa, poco intraprendente, implacabilmente puntuale, un po’ fifona, irrimediabilmente stonata, vagamente ambiziosa, costantemente indecisa, troppo magra, ma assolutamente sincera, gran sognatrice, decisamente romantica, piuttosto sorridente, con un ottimo senso dell’orientamento e un elevato senso del dovere, correttamente ecologica, moderatamente allegra, golosa quanto basta, sufficientemente disponibile, appassionatamente grafomane, capace di arrossire, lievemente timida, affidabile e discretamente elegante...
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Ad un certo punto ci fu una spaccatura nella terra e tutti gli uomini si trovarono da una parte e tutti gli animali dall'altra; solo i cani saltarono dalla parte degli uomini (leggenda indiana)
La scogliera era proprio in fondo alla spiaggia. Niente di che, si intende: i classici scogli che iniziano là dove finisce la sabbia e piano piano si inerpicano un po' fino a due, forse tre metri sul mare. Che poi lì il mare è anche tranquillo, perché è una baia e non è che ci siano quelle onde che si infrangono rumorosamente fra mille schizzi in fondo ad un dirupo come in certi posti da dove si tuffano quei pazzi in Sudamerica: qualche onda sì, ma tranquilla, anche se io non mi ci sarei comunque mai tuffata da lì, ma solo perché non so tuffarmi e ho paura.
All'inizio il cane non l'avevo nemmeno visto.
Avevo visto i ragazzini che urlavano, quelli sì.
C'erano un sacco di ragazzini, di tutte le età, di quelli che si tuffano in continuazione per tre ore di seguito fino a che le unghie non gli diventano blu e ad ogni tuffo gridano alla mamma sdraiata a prendere il sole «Mammaaaa guarda come mi tuffoooo!!!» e alla mamma ad ogni tuffo gli prende un po' un colpo.
Poi ho visto il cane.
Era piccoletto, colore indefinito anche perché ormai era un gatoffo zuppo d'acqua e sale tipo mociolavapavimenti, un musetto simpatico con gli occhietti vispi, la lingua penzolina e la coda scodinzolante.
Stava lì in mezzo guardandosi intorno ad aspettare il suo turno e si tuffava insieme ai ragazzini.
Il suo turno era fra un ragazzino sovrappeso col costume giallo che si tuffava a bomba facendo l'urlo di Tarzan e un altro ragazzino secco secco secco che si tuffava invece muovendo le braccia e le gambe come se volasse.
Insomma lui, il cane, quando arrivava il suo turno si metteva lì, prendeva un pochino di rincorsa, si lanciava a tutta velocità sorridendo e abbaiando un po', agitando nell'aria le zampe e la codina come un timone e poi si tuffava dagli scogli nell'acqua fra gli spruzzi e gli applausi; effettivamente lo stile del tuffo lasciava un po' a desiderare, ma quando usciva col muso fuori dalle onde si vedeva che era proprio orgoglioso e si guardava intorno fiero di sè.
Nuotando rigorosamente a cagnolino tornava velocemente a riva, si arrampicava di nuovo sugli scogli, prendeva qualche meritata carezza e poi ricominciava, una sgrullatina e via, rincorsa, tuffo, sorriso, applausi... splash!

Il est des femmes auxquelles il faut à peine parler, il faut les caresser (Edgard Degas)
Le sue mani sono insolitamente piccole, ma proporzionate, con le unghie ben curate, la pelle liscia e hanno sempre un profumo di pulito: soprattutto sono morbide, molto morbide, quasi soffici, che ti stupisci quando le stringi perché non te le aspetti, quasi non sembrano quelle che sono e a me fanno venire in mente un panino caldo appena sfornato.
Sono mani attente e meticolose nei gesti, sensibili e però forti e sicure, certamente capaci di improvvisa ed insospettata passione.
Sono mani pacate e gentili, decisamente serie, ma con guizzi di sincera simpatia.
Sono mani autonome e indipendenti, che non hanno bisogno di niente e di nessuno e si prendono senza nemmeno chiedere troppo tutto quello che desiderano.
Sono mani che però, se vogliono, sanno essere molto spiritose.
Ho sempre sognato due mani così, di quelle mani alle quali non devi chiedere nulla perché sanno già tutto quanto da sole, capaci di anticipare i tuoi desideri; di quelle mani capaci di farti tremare dentro e di farti venire i brividi al cuore. Una volta, sorridendo, gli dissi che se avessi messo un annuncio sul giornale («A.A.A. due mani cercansi per essere dolcemente…») avrei voluto che mi rispondesse lui, cercando di nascondergli l’illusione di essere io quella che le sue mani, a loro volta, stavano inconsapevolmente cercando.
Si è messo a ridere.
L’annuncio, naturalmente, non l’ho mai messo e le sue mani, ovviamente, non mi hanno mai risposto, ma ci ripenso tutte le rare volte in cui le nostre mani, di sfuggita, inavvertitamente si incontrano...

Fai ogni giorno qualcosa che non ti piace: questa è la regola d'oro per abituarti a fare il tuo dovere senza fatica (Mark Twain)
Ogni casa o famiglia ha le sue, più o meno codificate anche se generalmente non scritte, ma semplicemente tramandate per tradizione familiare anche se poi nessuno sa veramente mai spiegare con esattezza come siano nate...
Da noi ci sarebbe la storia del "giusto", salomonico quanto aleatorio concetto che dominava qualsiasi discorso del nonno capofamiglia e che poteva/doveva essere applicato in qualsiasi occasione, dai conti della spesa ai rapporti interpersonali («l'ho pagato il giusto» oppure «siamo stati insieme il giusto») ed ancora oggi è assai spesso nominato, solo che che poi vallo a capire quant'è veramente questo fantomatico giusto!
Così, alla fine, l'unica vera regola (se si escludono le patate fritte e le fragole che vengono rigorosamente contate per dividerle equamente e non fare ingiustizie fra i golosi di casa) è la regola della brocca, che è una cosa banalissima, ma comunque è sempre meglio non infrangerla...
Insomma, a casa nostra vige la regola che chi finisce l'acqua nella brocca versandosela nel proprio bicchiere si debba alzare e riempirla di nuovo.
Facile no? Niente minacce di piatti da lavare o panni da stirare o spazzatura da buttare, semplicemente alzarsi un momento e riempire nuovamente la brocca.
Eppure a volte la pigrizia è tale che quelle due dita d'acqua che rimangono sul fondo della brocca possano stare lì per l'intero pasto perché nessuno ha voglia di alzarsi e tutti aspettano che sia qualcun'altro a versarsele nel proprio bicchiere e cedere alla regola.
Si giunge addirittura al punto di prendere la brocca, provare a versarla e poi riposarla immediatamente una volta calcolato il rischio, magari dichiarando anche con aria vaga «'spetta, prima di bere devo assolutamente...»: se gli altri sono sufficientemente distratti c'è anche la possibilità di farla franca.
E poi c'è la mossa più infame di tutte: versarsi l'acqua con nonchalance, lasciando però appena appena due gocce e fare finta di niente, aspettando che qualcun'altro più sovrapensiero di te si versi le ultime due gocce e rimanga "fregato", costretto dall'implacabile regola ad alzarsi da tavola perché formalmente è lui ad avere finito l'acqua nella brocca. Inutile dire che alla vagamente sgomenta domanda «ma chi è che ha lasciato solo due gocce d'acqua?!?», chissà perché, non risponde mai nessuno...

Le passioni sono come buchi attraverso chiunque può vedere e conoscere l'animo di un uomo (Baltasar Garciàn)
Non intendo la passione amorosa, fisica o sentimentale: quelle, bene o male, almeno una volta si sono incrociate e un po' si conoscono, per quanto ogni volta riservino sempre qualcosa di inaspettato.
Intendo la passione per qualcosa: la musica, l'arte, la scrittura, i viaggi, uno sport...
Non un hobby, ma proprio una passione, che secondo me è un gradino più su perché un hobby al limite quando ti stanchi lo puoi cambiare, oppure se hai la casa piena puoi smettere di collezionare, ma una passione no, una passione ce l'hai dentro come una brace e non la puoi spegnere.
Insomma, come quelli che magari fanno una vita grigia e piatta che ci si chiede come si fa a vivere con una vita così e poi invece si scopre che a tenerli in vita è una passione nascosta, magari inaspettata: scrivere incessantemente di notte sognando un romanzo, rubare le ore per allenarsi a correre e vincere la maratona, cantare e ballare di fronte ad un pubblico ricoperti di piume e di paillettes, viaggiare in mondi lontani e sconosciuti per imparare lingue e costumi diversi, conoscere a memoria interi brani d'opera e riconoscere le diverse esecuzioni, cucinare leggiadri soufflé accompagnati da un vino di cui si sanno cogliere tutte le sfumature del profumo, dipingere con lo sguardo e con i colori, suonare uno strumento musicale per svelare il mistero delle note, chiudere gli occhi e vagare ad occhi chiusi in qualche altro mondo fantastico.
Socchiudere gli occhi, allontanare tutto e lasciarsi trasportare dalla passione.
Vivere per una passione.
Accettare magari dei compromessi pur di tenersela stretta, la propria passione.
Una passione di quelle che dici «sì, vabbè, la mia vita sarà anche quella che è, ma io ho una passione per...» e quando puoi dedicartici sei felice e non ti importa più del resto.
Una passione per la quale non c'è nulla che tenga, per la quale fare anche dei sacrifici, ma che alla fine ti ripaga di tutto.
Una passione che se sei così fortunato da farla coincidere con il lavoro ti sembra di aver esaudito qualche sogno.
Una passione che ti riempia la vita, o che se proprio non riesce ad essere tutto tutto almeno che te la imbottisca un po'...

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