appunti, spunti e amenità varie...
Bisogna rappresentare la vita non come è né come dovrebbe essere ma come essa ci appare nei sogni (A. Checov)
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chiacchierona, egocentrica, esageratamente pignola e puntigliosa, permalosissima, sufficientemente nevrotica, normalmente egoista, scarsamente autoironica, eccessivamente curiosa, leggermente presuntuosa, poco intraprendente, implacabilmente puntuale, un po’ fifona, irrimediabilmente stonata, vagamente ambiziosa, costantemente indecisa, troppo magra, ma assolutamente sincera, gran sognatrice, decisamente romantica, piuttosto sorridente, con un ottimo senso dell’orientamento e un elevato senso del dovere, correttamente ecologica, moderatamente allegra, golosa quanto basta, sufficientemente disponibile, appassionatamente grafomane, capace di arrossire, lievemente timida, affidabile e discretamente elegante...
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I cocktails sono i ricevimenti più affollati e denigrati: una specie di snobismo vuole che chi più li frequenta più li dichiari insopportabili (Colette Rosselli, Il manuale di Donna Letizia)
Ma sì, dai, che ci stai a fare a casa, si esce, è un posto carino, c'è tanta gente, però presto che altrimenti non si mangia più, spingi, entra, uffa, il cappotto che impiccio, cerca un tavolino, no, occupato, candele, accidenti, non si vede niente, gente, gente, scollature, cravattone, saluti e baci e ciao come stai, bevi qualcosa? cerchiamo un posto per sederci dai, va bene, Faith faith faith, uuh gli anni '80, nell'attesa buffet, lotta e spingi per una forchetta, azzanna una crocchetta, cous-cous, frittata, mais dappertutto, abbronzature, gioielli finti e rolex d'oro, donne ipertruccate che mi chiedo io come fanno alle 8 di sera ad avere il trucco perfetto che io invece vengo dal lavoro e mi sento la faccia squagliata, ma vabbè, dai, fai finta di niente, sei con le amiche che ti frega, uuuh guarda ci sono le frappe, eh già è carnevale, non me lo ricordavo, orecchie da gatto, qualche lustrino, due frangette da charleston, musica, Club tropicana lallallààà..., sguardi vaganti, risate finte ma convinte, magliette firmate, fila per il bar, un bicchiere di vino grazie, ok prima lo scontrino, fila di nuovo, quello ti passa avanti, quell'altro spinge, quello per passare ti avvinghia, oddio ma ho veramente tutta questa sete? dai, ormai ci siamo, torna al bancone, fila, barman carino, cosa ti preparo? guarda fai tu che a questo punto non so più nemmeno come mi chiamo, occhei, allora faccio io, che ci sarà dentro? bò, pompelmo e chissà che altro però è buono, troppo ghiaccio, ma è buono, gente, gente, gente, camicie sbottonate, occhiate di sbieco, dov'è il nostro tavolo, ma da dove è uscita tutta questa gente, nemmeno una faccia conosciuta, Etienneetienneetienne..., spintoni, sorrisi, lustrini, che dici? non sento! stivali d'ordinanza punta a spillo, vita bassa, microborse e maxifibbie, qualche gessato, brani di conversazione «e allora stanno facendo il giro del mondo e adesso sono tipo in Costarica» «allora le prossime vacanze in Sardegna», Sade e Terence Trent d'Arby ti ricordi? presto acchiappa un'altra sedia libera, ma tanto fra un po' andiamo, aspetta scusa ho incontrato un amico, occhei ti aspetto, ma dieci minuti, baci e abbracci, un altro bicchiere, ma uno solo e anche una pizzetta, in fondo che ci stavamo a fare a casa? però è tardi, davvero, io vado, l'aria fredda sulla faccia, asfalto bagnato, qualche clacson, strade vuote, una ragazza aspetta l'autobus, silenzio, negozi chiusi, torno a casa...

Esistono tanti di quei telefoni al mondo che gli uomini non si riescono a parlare (A. Nobile)
Le istituzioni pubbliche, vai a sapere perché, sembra amino particolarmente le Quattro stagioni di Vivaldi, con un'ulteriore preferenza per la Primavera: brano facile e allegro, conosciuti praticamente a tutti, ma che dato il costante protrarsi dei tempi di attesa inevitabilmente si finisce per odiare.
Una certa stazione di taxi utilizza invece il grande Frank Sinatra, ma a me sentire My way storpiata in quella maniera, con un brusco taglio per ricominciare sempre dal ritornello dà veramente fastidio: non solo per il buon vecchio Blue Eyes, che si rivolterà nella tomba, ma anche perché questo significa che la prevista attesa di pochi secondi (da cui la brevità del brano musicale) non è mai, invece, rispettata e questo - se permettete- aumenta vieppiù il fastidio.
Un'altra stazione di taxi, invece, usa quello strano fenomeno meteoritico-musicale che sono stati i Jalisse, con tanto di orgogliosa presentazione: «Un'operatore vi risponderà prima possibile, nel frattempo vi faranno compagnia i Jalisse!». Malignamente mi sono sempre domandata se la Siae paghi i diritti anche in questi casi e se, di conseguenza, il Signor o la Signora Jalisse abbiano una qualche partecipazione nella compagnia di taxi.
Un giornalista di musica e spettacolo al quale, per motivi di lavoro, per un periodo ho dovuto telefonare spesso ricordo che aveva inserito in segreteria telefonica Oggi sono io di Alex Britti, ma nella versione cantata da Mina che è infinitamente migliore e di grande atmosfera: più di una volta mi sono trovata a chiamarlo ugualmente, pur sapendo che a quell'ora le probabilità di parlarci erano praticamente nulle, solo per il gusto di stare quei due minuti ad ascoltare la canzone.
Poi certo, a volte, ci sono scelte che spiazzano un po'.
Ora, per carità, ognuno è ovviamente libero di mettere fra le musichette di attesa quella che più gli aggrada, ci mancherebbe altro... solo che poi magari ti capita come quella volta che, insieme a G., causa fuso orario telefonammo alle 3 del mattino in Brasile per mandare un fax ad un certo Josè o Pedro o qualche cosa del genere e la flemmatica signorina dall'altro capo del mondo ci rispose con aria assai obrigada e con ancheggiante flemma tutta sudamericana «uno momento...» e noi ci si aspettava che so, una samba, una bossa nova, al limite anche di nuovo le Quattro stagioni e quella invece sparò a tutto volume - con nostra grande costernazione, che ci guardammo interrogativamente qualche secondo prima di scoppiare irrimediabilmente a ridere - il simpatico coro di un reggimento di nerboruti cosacchi imbevuti di vodka che intonava Kalinka...

Non sono poi tante, anzi il contrario.
Sono fortunata e, orgogliosamente, posso anche dire di non essermene "volontariamente" fatta alcuna: niente tatuaggi, niente piercing di alcun genere, nemmeno i buchi alle orecchie, come notò disorientata una persona qualche tempo fa e a me fece molto piacere, perché era un bel modo per fare un complimento a qualcuno appena conosciuto.
La più insignificante è su un piede, sbandierata testimonianza e dimostrazione dell'evidente incompatibilità esistente fra me ed i cani. Dumbo a detta di tutti non aveva mai morso nessuno, era il cane più buono della terra, una bestiolina tontola piccola e arruffata... vero, solo che era anche dichiaratamente feticista ed ossessionato dai miei piedi: non pago di avermeli leccati in lungo e in largo attraverso i sandali ad un certo punto ha deciso che doveva proprio assolutamente assaggiarmeli 'sti piedi e mi ha azzannato all'improvviso mentre gli passavo davanti leggiadra lasciando come unica traccia una stilla di sangue ed una infinitesimalmente minuscola lenticchietta di pelle appena appena più chiara ad imperituro ricordo.
Di quella sullo zigomo vado altrettanto fiera anche se non è che ce ne sia particolare motivo, testimonianza dello scontro avuto con r. v. e l. o., due fra i peggiori teppisti della scuola elementare: io tranquilla camminavo nel corridoio, loro scalmanati e sudati si rincorrevano, io sento le grida, loro girano l'angolo a tutta velocità, io me li vedo arrivare addosso, loro non riescono a frenare... all'improvviso buio, silenzio, un paio di occhiali rotti e quella traccia sottile che allora mi aveva quasi fatto sentire importante mentre il maestro di ginnastica mi accompagnava in infermeria ed oggi non si vede poi così tanto se non al sole.
E poi quella sulla caviglia, testimonianza dei maldestri quanto vani tentativi di imparare a tuffarmi, gli innumerevoli segni lasciati dalle zanzare, quel minuscolo intervento che ha lasciato traccia sopra un orecchio e di cui ricordo soprattutto il dolore lancinante quando tolsero i punti...
Quella fina fina e sottile che attraversa un dito e una parte della mano destra, invece, non so proprio da dove venga: ne ho memoria da sempre, mi sarò fatta male chissà come da piccola ed è cresciuta con me, seguendo le proporzioni delle dita. Anche quella che attraversa il labbro e che mordo nervosamente quando qualche cosa non va o quando sono concentrata non ricordo bene quando me la feci: qualcuno dice che sono caduta dalla bicicletta, ma per quanto mi concentri proprio non riesco a ricordarlo. Ricordo ginocchia sbucciate cadendo dai pattini, gomiti strusciati contro i muri, graffi estivi sulle gambe, ma quel labbro spaccato proprio no.
Ecco, a queste piccole cicatrici di cui non riesco proprio, nonostante gli sforzi, a ricordare la storia sono affezionata quanto e più delle altre: nonostante l'amnesia fanno parte di me, della mia storia e senza di loro sono certa che sarei un'altra, una persona diversa che non sono io.

Quando ero più giovane potevo ricordare ogni cosa, che fosse accaduta o meno (Mark Twain)
La Rishjvalmiky (che poi non so nemmeno se si scrive così, ma il nome è questo) era ancorata nel porto di G.: sarà stato, che so, il 1978, forse il 1979, comunque un sacco di tempo fa.
A me la Rishjvalmiky sembrava enorme, grandissima, altissima e probabilmente lo era pure visto che credo trasportasse merci: quali merci, in effetti, non so nemmeno questo, ma di sicuro non c'erano i passeggeri, ma forse delle enormi stive e magari anche qualche container, che naturalmente quando hai 7 o 8 anni non lo sai nemmeno che cos'è un container, sembra solo un grande scatolone colorato.
Siamo saliti su, per quella scaletta piccola e stretta, noi piccole sisters strette a mamma e papà e con noi altre persone, altrettanto curiose, che approfittavano di quella inconsueta e strana possibilità di andare a fare visita ad una nave che veniva dall'altra parte del mondo in un caldo pomeriggio di fine agosto diverso da tutti gli altri.
Ad essere sincera ricordo poco di quello che vidi: forse dei corridoi stretti, magari quelle porte fatte strane, piccole e con la soglia alta che devi stare attento ogni volta che ne attraversi una per non inciampare, manopole e comandi strani, forse anche qualche sorriso straniero.
Però alcune cose mi sono rimaste impresse nella memoria come se le avessi viste ieri.
Come quell'attimo prima di entrare, in cui siamo rimasti ad aspettare per qualche minuto (o forse era solo qualche secondo?) sulla scaletta esterna e da lì si vedeva tutto il fianco della nave a mollo nell'acqua quasi nera del porto, distesa di vecchio metallo dalla vernice sbiadita su cui si leggeva il nome un po' scrostato e noi lì a chiederci da dove sarà venuta mai questa nave con un nome così strano che chissà poi che cosa significa quel nome lì e alla fine il mistero svelato, forse viene dall'India: oddio, l'India...
E la ruggine: ruggine dappertutto, lungo le fiancate, sui gradini cigolanti che salivamo incerti, negli angolini nascosti, su quelle enormi catene che la tenevano ferma, intorno agli oblò da cui si poteva scorgere la città barocca e profumata di pesce, ma solo se il papà ti prendeva in braccio perché erano troppo in alto. Così tanta ruggine che avevi quasi paura, ad ogni minimo cigolino, che qualcosa ti si spezzasse sotto i piedi e ti chiedevi anche come diavolo fosse riuscita ad attraversare il mare di mezzo mondo una nave così.
E poi l'odore: non dimenticherò mai l'odore della Rishjvalmiky.
Un odore strano, dolce e aspro allo stesso tempo, misto alla puzza di gasolio, di grasso, di chiuso, di aglio, di sudore, che impregnava ogni spazio, ogni cosa. Un odore mai sentito prima, nuovo e sconosciuto, che si iniziava a sentire proprio su quella scaletta, ma siccome eri piccola e ti avevano insegnato che non è educazione far notare che c'è un odore strano e diverso dal solito nessuno chiedeva niente, solo che quello strano profumo si continuava a sentire, ti si appiccicava quasi addosso e all'interno era ancora più forte e così, alla fine, qualcuno lo avrà anche domandato che cos'era ed io ricordo ancora la risposta della mamma: «È il curry, tesoro, è il profumo del curry, si usa per cucinare», che cambiava poco perché tanto comunque non è che lo avevi capito tanto bene che cos'era questo curry, però mi piace pensare che il mio amore per l'India e per il curry e, comunque, per le spezie che danno gusto e cambiano il sapore della vita, abbia iniziato a farsi strada dentro di me proprio quel giorno lì, sulla scaletta arruginita della Rishjvalmiky.

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