appunti, spunti e amenità varie...

Bisogna rappresentare la vita non come è né come dovrebbe essere ma come essa ci appare nei sogni (A. Checov)

Eccomi

Utente: agense
chiacchierona, egocentrica, esageratamente pignola e puntigliosa, permalosissima, sufficientemente nevrotica, normalmente egoista, scarsamente autoironica, eccessivamente curiosa, leggermente presuntuosa, poco intraprendente, implacabilmente puntuale, un po’ fifona, irrimediabilmente stonata, vagamente ambiziosa, costantemente indecisa, troppo magra, ma assolutamente sincera, gran sognatrice, decisamente romantica, piuttosto sorridente, con un ottimo senso dell’orientamento e un elevato senso del dovere, correttamente ecologica, moderatamente allegra, golosa quanto basta, sufficientemente disponibile, appassionatamente grafomane, capace di arrossire, lievemente timida, affidabile e discretamente elegante...

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martedì, 28 marzo 2006
L’intonazione

Col tono giusto si può dire tutto, col tono sbagliato nulla: l’unica difficoltà consiste nel trovare il tono (George Bernard Show)

Il giornale appena comprato, lei gli stava leggendo ad alta voce una lettera, una di quelle della serie “Lettere al direttore”, mentre facevano colazione. Cappuccino e cornetto, ovviamente, ma non al tavolino, semplicemente appoggiati al banco, un po’ verso il fondo, lontani dalla fretta mattutina degli altri clienti, le pagine aperte davanti. Erano anziani, non saprei dire con precisione l’età, ma sarebbero potuti tranquillamente essere magari i nostri nonni e forse per questo ispiravano così tanta tenerezza.

Lei leggeva con grazia e lentamente, soppesando le parole con dolcezza, facendo le giuste pause, fermandosi per dare maggiore peso alle frasi e per osservare, di sottecchi, il lieve annuire del capo del marito.

Lui le stava accanto, concentrato ad ascoltare, lo sguardo che ormai non riusciva più a leggere velato dietro gli occhiali, la schiena curva per il trascorrere degli anni, il loden verde sulle spalle che faceva un po’ a pugni con il collo di pelliccia blu elettrico, la borsetta lucida e i gioielli brillantinati che solo le signore come lei, dopo una certa età, riescono a portare con nonchalance alle 9 di mattina.

Anche se stavano proprio lì accanto non si coglievano esattamente le parole, l’argomento, ma solo l’intonazione della voce, il tono pacato, la tranquillità nel commentare insieme terminata la lettura e noi, per una volta, abbiamo fatto colazione in silenzio, provando ad ascoltare anche tutto quello che non si riusciva a sentire, una vita insieme raccontata in silenzio fra le righe della lettura mattutina del quotidiano.

Postato da: agense a 23:30 | link | commenti (23) |

venerdì, 24 marzo 2006
Tradimenti

Il caffè, per essere buono, deve essere nero come la notte, dolce come l'amore e caldo come l'inferno (Michail Bakunin)

Il primo è stato il "marocchino": scuro, forte, bollente ho sempre pensato che fosse insuperabile, uno dei piaceri della vita per cui vale la pena essere golosi.
Caffé bollente, cioccolato, due dita di crema e panna e una spolverata finale di cacao.
Piacere calorico allo stato puro.
Credevo gli sarei rimasta fedele per sempre.
Fino ad oggi.
Perché oggi ho assaggiato il "nocciolino".
Caffè bollente, pareti ricoperte di Nutella e spolverate di nocciole tritate, cacao, tre dita di panna e cioccolato liquido sciolto sopra.
E non aggiungo altro.

 

Postato da: agense a 18:03 | link | commenti (38) |

venerdì, 17 marzo 2006
Polifemo

Il residuo fisso della felicità è costituito dal ricordo (Leunam Aeport)

Sì, d'accordo, a volte il nonno ti portava sul "carrozzo" di legno rosso guidato da un motorino, quello su cui trasportava il fieno e l'erba per i conigli. Altre volte, ma erano rare, ti faceva addirittura fare un giro fra i campi sul trattore arancione.
Ma non c'era paragone, niente era come Polifemo.

Polifemo era azzurrino, un celeste chiaro chiaro sbiadito dal sole.
Le portiere erano un optional, così come buona parte della carrozzeria. Lavorando di fiamma ossidrica il sedile posteriore era diventato cabrio, mentre i sedili anteriori erano ancora coperti dal tetto. Quelli davanti, poi, non erano i sedili "di serie" ma solamente le due anime di metallo ricoperte di lacci di plastica, un po' come certe sdraio o le sedie del bar di una volta. Per evitare fuoriuscite impreviste le portiere erano state pro-forma rimpiazzate da due catenelle che si attaccavano ad un gancio. Il pomolo del cambio era bellissimo, tutto di resina marmorizzata sui toni del verde e del crema. La carrozzeria, a ben guardare, era un po' ammaccata: la ruggine faceva capolino dappertutto e sul pavimento c'era anche qualche buco, che l'assenza dei tappetini di gomma non riusciva a nascondere. La targa, ovviamente, mancava.

Polifemo andava a benzina agricola, puzzava di un odore tutto suo e faceva un rumore infernale, ma per noi bambini era un sogno.
Quando, alla fine della giornata, lo sentivamo arrivare scoppiettando era una piccola festa e quasi una specie di premio se il nonno, dopo la birretta gelata, ti guardava da sotto il cappello di paglia con quello sguardo alla Ben Quick e chiedeva «facciamo un giro su Polifemo?».
Non importava se eravamo due oppure sei, lui caricava tutti uno sull'altro e partiva a tutto gas fra le raccomandazioni della nonna che «Mi raccomando, dieci minuti ché la cena è quasi pronta!» ed era bellissimo sentirsi sballottati così fra i campi, ridendo e saltando, con il nonno che si divertiva a fare il matto guidando fra le stoppie, il vento che ci scompigliava i capelli, l'erba e i fiori che rimanevano impigliati fra i buchi, la polvere e la luce calda del tramonto negli occhi: sembrava che corresse fortissimo e il giro finiva sempre troppo presto.

Polifemo, che in origine era stato una vecchia e gloriosa 600, si chiamava così perché non aveva più le luci, ma un solo, unico faro al centro del cofano davanti, ad illuminare il nostro rientro a casa, accaldati e felici.

Postato da: agense a 10:53 | link | commenti (29) |

lunedì, 13 marzo 2006
La vocazione dello sherpa

Molti confondono una cattiva gestione con il destino (Kin Hubbard)

Non so bene da che cosa dipenda, se sia genetica o semplice frutto di una congiuntura social-lavorativa, fattostà che temo proprio di averla.
Ho provato in tutti i modi a contrastarla, ma non c'è niente da fare, nessuna cura che tenga: ho la vocazione dello sherpa.

Ho sempre invidiato quelle donne che escono di casa con un decimetro quadrato di borsa e sembra che non manchi loro nulla: io no, io ogni volta che esco di casa sembra che debba stare fuori per quattro giorni.
Che poi, a ben guardare, non è che mi porti dietro nulla di superfluo, è quella la cosa grave: tutto quello che mi porto dietro mi serve per davvero!
E così le mie borse non misurano mai un decimetro quadrato, sono ben più grandi, dentro ci si può trovare tutto l'indispensabile e pesano sempre una media di almeno 3-4 chili. Però c'è tutto, veramente: il portafogli, il portamonetine, le chiavi di casa, le chiavi del lavoro, l'agenda, la rubrica telefonica, l'astuccio con le penne e il taglierino, un quaderno, la trousse con i trucchi (che io, in realtà, non me la sono mai portata dietro in vita mia, ma me ne hanno regalata una bellissima per Natale dicendomi «e vedi di usarla che ti serve», che faccio, la lascio a  casa?) e la trousse "di sicurezza" (bè, spazzolino da denti, micro-profumo, rimmel, pettine... insomma, tutto l'occorrente-base nel caso ci si debba dare un'arcutinata in condizioni di emergenza all'ultimo minuto per qualche cosa di improvviso), il cellulare, il blue-tooth, la cartella con gli appunti di lavoro, almeno un libro, gli accrocchi per il bolide rosso, qualche monetina sparsa che secondo me portafortuna, la custodia dei floppy con i floppy, una scatolina di gomme da masticare, i fazzoletti di carta, il burro di cacao, uno specchietto, i rossetti di Chanel, il lettore mp3, un pacchetto di fiammiferi anche se io non fumo ma può sempre essere utile, vecchi scontrini, i bigliettini dei posti dove vado a mangiare, magari un CD, la limetta per le unghie, se piove lo scafandro da pescatore islandese... insomma, tutte cose che - se ne converrà - sono assolutamente fondamentali per la sopravvivenza giornaliera! Non paga a volte ci aggiungo anche il Pc portatile...
Ho provato a rinunciare a qualche cosa, ma la mia autonomia senza borsa da sherpa è limitata al massimo ad una serata e solo perché la mia cara amica MR un paio di compleanni fa mi ha regalato una bellissima ed elegante borsetta in stile Paris Hilton dove veramente, anche inzeppandola, non riesco proprio a far entrare più di... bè, più del portafogli, il portamonetine, le chiavi di casa, il cellulare, il blue-tooth, il burro di cacao, lo specchietto, le gomme da masticare ed un solo rossetto di Chanel: praticamente niente!

Sarà per insicurezza, perché sono assolutamente certa che se rinunciassi ad una sola delle cose che mi porto appresso sicuramente quella cosa mi servirà o forse perché ho semplicemente questa deplorevole tendenza a volermi sempre portare mezza casa dietro, non so...
Insomma, non c'è niente da fare: sono nata con la vocazione dello sherpa.
La mia unica speranza è la reincarnazione.
Sono sicura che se mi concentro per bene nella prossima vita posso risolvere i miei problemi sperando di rinascere con una fantastica vita da ciammaruga!

Postato da: agense a 09:47 | link | commenti (41) |



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