appunti, spunti e amenità varie...
Bisogna rappresentare la vita non come è né come dovrebbe essere ma come essa ci appare nei sogni (A. Checov)
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chiacchierona, egocentrica, esageratamente pignola e puntigliosa, permalosissima, sufficientemente nevrotica, normalmente egoista, scarsamente autoironica, eccessivamente curiosa, leggermente presuntuosa, poco intraprendente, implacabilmente puntuale, un po’ fifona, irrimediabilmente stonata, vagamente ambiziosa, costantemente indecisa, troppo magra, ma assolutamente sincera, gran sognatrice, decisamente romantica, piuttosto sorridente, con un ottimo senso dell’orientamento e un elevato senso del dovere, correttamente ecologica, moderatamente allegra, golosa quanto basta, sufficientemente disponibile, appassionatamente grafomane, capace di arrossire, lievemente timida, affidabile e discretamente elegante...
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La libertà non è una cosa che si possa dare; la libertà, uno se la prende, e ciascuno è libero quanto vuole esserlo (James Baldwin)
Pallino è un cane di razza.
Qui non si parla, ovviamente, di pedigree né di misure perfette : Pallino – che già solo per chiamarsi così invece che Chèrie o Toifel merita una carezza in più – non è più giovanissimo, è di mezza taglia, ha il mantello pelosotto di almeno tre colori differenti e una coda sempre in movimento. A dire il vero non somiglia a nessun altro cane e nello stesso tempo somiglia a tutti i cani e proprio per questo, nel suo piccolo, può essere considerato il degno rappresentante di una razza assolutamente unica: la razza dei cagnetti indipendenti.
È semplicemente una questione di spirito: sì, perché Pallino, nonostante l’età, è uno spirito libero e rappresenta tutti quei cagnetti che, come lui, appena hanno la possibilità varcano con naturalezza il cancello di casa e si aggirano tranquillamente fra le strade del paese, padroni del proprio tempo. Poi tornano a casa, non è che scappino, ma sono cagnetti indipendenti, hanno i loro spazi e così li vedi andare in giro col musetto puntato in alto, lo sguardo vispo, la testa che si gira a destra e a sinistra, assoluti padroni della strada, capaci di attraversare al momento giusto, conoscitori di tutte le scorciatoie possibili.
Quello che ti domandi è dove diavolo vadano tutti ’sti cagnetti col passo così sicuro, che se anche li chiami si girano appena con sufficienza senza perdere il passo e tirano via dritto, guardandoti con un mezzo sorriso sul muso come per dire «no, scusa, ma adesso proprio non posso fermarmi, ho altre cose più importanti da fare». Passeranno di giardino in giardino per darsi qualche voce («ehi, dietro al negozio del macellaio in piazza c’è un avanzo di ossa da spolpare!») o semplicemente si raduneranno da qualche parte ai giardinetti a scambiarsi chiacchiere e confidenze («avete visto la volpina che abita in fondo alla via?» «mah, niente di che, solo pelliccetta cotonata e nient’altro, molto meglio la bassotta»)?
La mattina escono pimpanti alla ricerca di compagni con cui aggirarsi per le strade, verso l’imbrunire li vedi affrettare velocemente il passo verso casa già pregustando la cena, a qualsiasi ora si aggirano attenti e allegri alla ricerca di qualcosa che a noi sfugge, ma che li rende senza dubbio più felici.
Io non lo so dove va Pallino quando scatta veloce attraverso il cancello aperto, ma l’ultima volta che lo ha fatto, mentre lo chiamavano per tentare inutilmente di farlo rientrare, si è girato per un attimo e ci ha guardato dritto negli occhi: ecco, non ne sono proprio sicura, forse non ci giurerei, ma mi è sembrato proprio che in quell’attimo, prima di proseguire tranquillo per la sua strada, Pallino abbia sorriso…
Ognuno sogna i sogni che si merita (Gesualdo Bufalino)
L'altra notte ho fatto un sogno, complice forse anche una mezza teglia di pomodorini di mammà mangiati la sera prima.
Ho sognato il signor B.
No, non l'Alessandro B., ho sognato quell'altro signor B.
Il signor Silvio B.
Ho sognato che il signor B. moriva così, di colpo, senza nessun preavviso.
Lì per lì nemmeno me ne ero accorta che era morto, ma sentivo una strana atmosfera in giro, un sussorro di voci «Hai saputo? sai, è successo all'improvviso»...
Pare che fosse morto per davvero.
Lo avevano messo su un catafalco contornato da rose rosse, adagiato su un letto di cubetti di ghiaccio per conservarlo meglio, i capelli corvini impomatati sulla fronte, la maschera di fondotinta marrone albicocca atteggiata ad un sorrisetto befardo, ingessato nel solito completo grigio scuro. Ai suoi piedi torme di ragazze urlanti e piangenti si disperavano strappandosi i capelli e le magliette in perfetto stile groupie, allungando le mani e gettandosi ai suoi piedi per un ultimo saluto.
Osservavo la scena con inquieto distacco, persa dietro ad un pensiero che, come un tarlo, si faceva strada nella mia mente.
Non era vero che era morto, no no.
Era tutta una messa in scena, ci stava prendendo come al solito in giro, stava certamente facendo finta e prima o poi si sarebbe risvegliato.
Non subito.
Si sarebbe risvegliato dopo tre giorni, per potersi vantare in giro di essere risorto.
Mi sono svegliata di colpo, memore di una vecchia credenza popolare secondo la quale sognare la morte di qualcuno significhi, in realtà, allungargli in qualche modo la vita.
Era vero.
Il signor B. era ancora lì al suo posto, come s eniente fosse: non proprio come ai vecchi tempi, è vero, però sempre pronto a distribuire in giro sorrisi di plastica e dichiarazioni ad effetto in egual misura, ancora troppo spesso in immagini di repertorio, quando alle sue spalle sbandierava il tricolore, fra gli stucchi dorati dei palazzi.
Ho chiuso di nuovo gli occhi e mi sono riaddormentata.
Tutto sommato era comunque meglio il sogno.

Beato l'uomo che non si aspetta nulla dalla vita, perché non resterà mai deluso (Alexander Pope)
Dicono che non se ne dovrebbero mai avere troppe, di aspettative, perché più se ne hanno e maggiori sono le possibilità di rimanere delusi.
Dicono anche che io sia una che, invece, di aspettative ne ha sempre troppe e per questo rimane spesso delusa.
Probabilmente è vero.
O forse è solo che ho le aspettative sbagliate.
Solo mi chiedo sempre dove sia il confine, perché c'è sicuramente un confine.
A che punto bisogna smettere di aspettarsi qualcosa prima che diventi un'inutile pretesa?
A che punto un legittimo desiderio si trasforma in ambizioso ed irrealizzabile sogno?
È che a volte basta un niente, una parola detta, un gesto fatto, una frase buttata là e le aspettative - inevitabilmente - incombono.
La mia frase più ricorrente è «Credevo che... e invece...».
Saranno le aspettative sbagliate o una cronica incapacità di vedere la realtà?
Sarà una forma di femminea testardaggine contraria all'evidenza più sfacciata dei fatti oppure semplicemente la voglia di avere qualcosa?
O forse è solo che potrei essere una di quelle che Harry Burns causticamente definisce "donne ad alto mantenimento", ma quelle della specie peggiore, ossia quelle convinte di essere a "basso mantentimento" e invece no.
Quelle che chiedono, che non si accontentano delle cose già pronte, quelle che parlano, che si impegnano, che danno e dunque pensano di ricevere qualche cosa indietro, magari non tutto, ma insomma, almeno un pochino ogni tanto.
Quelle che, insomma, si aspettano sempre qualcosa e che, inevitabilmente, alla fine rimangono sempre un po' deluse.


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