appunti, spunti e amenità varie...

Bisogna rappresentare la vita non come è né come dovrebbe essere ma come essa ci appare nei sogni (A. Checov)

Eccomi

Utente: agense
chiacchierona, egocentrica, esageratamente pignola e puntigliosa, permalosissima, sufficientemente nevrotica, normalmente egoista, scarsamente autoironica, eccessivamente curiosa, leggermente presuntuosa, poco intraprendente, implacabilmente puntuale, un po’ fifona, irrimediabilmente stonata, vagamente ambiziosa, costantemente indecisa, troppo magra, ma assolutamente sincera, gran sognatrice, decisamente romantica, piuttosto sorridente, con un ottimo senso dell’orientamento e un elevato senso del dovere, correttamente ecologica, moderatamente allegra, golosa quanto basta, sufficientemente disponibile, appassionatamente grafomane, capace di arrossire, lievemente timida, affidabile e discretamente elegante...

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venerdì, 30 giugno 2006
Il mignolo di Lorin

Visti da lontano, nel momento in cui si sistemano sul palco, assomigliano ad una massa di insetti, gli abiti neri confusi in una caotica cacofonia di accordi, archetti, aste, puntali, leggii…
Poi però arriva lui, il mignolo di Lorin, e immediatamente tutto cambia: un improvviso silenzio scende sul palco, gesti e movimenti si fermano improvvisamente, gli sguardi si rivolgono a lui, quasi ipnotizzati.

Arriva baldanzoso, il mignolo, accompagnando le falcate con cui viene attraversato il palco. Pochi secondi di concentrazione, uno sguardo attento, un lieve cenno con la testa e la melodia ti avvolge, mentre la bacchetta attraversa la musica segnando ritmicamente il tempo.

Non ci si fa quasi caso, all’inizio, al mignolo; sembra semplicemente una fra le cinque dita della mano che ricama volute nell’aria, un piccolo particolare fra le braccia che sembrano danzare, e invece no, basta un niente ed eccolo lì, che si muove appena mentre le note si rincorrono per seguirlo. Un piccolo cenno là davanti e vai con i fiati, una virgolettata a destra e i contrabbassi danno il ritmo, appena un fremito verso sinistra ed ecco i violini, una infinitesimale pausa a mezz’aria ed il triangolo solitario risuona in attimo di incredibile silenzio…

Lo seguono proprio tutti, il mignolo di Lorin, il violoncello che assomiglia ad un attore australiano ed il contrabbasso ricciolone e barbuto che a dare banalmente retta all’spetto ti aspetteresti di trovare in un pub invece che su questo palco pretsigioso, il secondo violino con i capelli nervosamente ricci da artista maudit del secolo scorso e le arpiste che, ad un solo minuscolo fremito del mignolo, lasciano che dalle loro dita sgorghi una cascata di note come una pioggia di gocce di cristallo.

Si appoggia qualche volta alla balaustra, il mignolo, ma deve essere semplicemente perché dopo novantacinque minuti di musica, ad una certa età, forse anche la stanchezza inizia a farsi sentire.

È felice e soddisfatto, il mignolo di Lorin, ed orgogliosamente si riunisce alle altre nove dita alla fine di questo concerto per applaudire con sincera emozione i duecento musicisti che lo hanno seguito, ciascuno concentrato nelle proprie note ma indispensabile - sì, indispensabile, come quella sola, unica nota del triangolo laggiù in fondo - proprio come il mignolo fra le altre dita della mano.

Postato da: agense a 14:46 | link | commenti (16) |

venerdì, 23 giugno 2006
La lavatrice

Ho un rapporto catastrofico con la tecnologia: se passo sotto ad un lampadario a gocce, si mette a piovere (Woody Allen)


È senza dubbio una congiura, non vedo altre spiegazioni, e anche di vecchia data per di più.

D’altronde, da che mi ricordi, è sempre stato così: quando si tratta di lavatrici a casa mia il mondo sembra fermarsi. Nulla da eccepire sulle innegabili doti dell’elettrodomestico, per carità: utile, utilissimo, indispensabile direi, pensa una volta come facevano, la cenere, il sapone di Marsiglia, acqua calda e acqua fredda, le mani screpolate, pensa poi il tempo che si risparmia… no, no, sulla sua utilità veramente nulla da dire.

Solo che a casa mia la lavatrice è sempre stata ammantata da una sorta di aura reverenziale che, inevitabilmente, l’ha resa l’elettrodomestico più inavvicinabile della casa. Non c’è niente da fare: televisore, radio, fornetto elettrico, stereo, frullatore, video registratore, computer, tutti gli elettrodomestici più comuni sono ormai dominio dell’intera famiglia, ci si muove persino con inaspettata destrezza fra dvd e videoregistratore.

La lavatrice no.

La lavatrice rimane un tabù inattaccabile, una sorta di totem domestico al quale mostrare deferenza e rispetto (non che gli altri elettrodomestici vengano tartassati, ma insomma, sono trattati normalmente): è proprio una questione di tradizione familiare, temo.

La lavatrice a casa di mia nonna era fisicamente inavvicinabile. Farne una era una specie di evento. Non che fosse poi così raro, la si faceva con la consueta regolarità, ma chissà perché veniva sempre annunciata – «domani si fa la lavatrice» – cosicché quando poi finalmente la si metteva in moto, questa benedetta lavatrice, l’intera mattinata passava in sua adorazione: orecchio attento pronto a cogliere il seppur minimo accenno di cambiamento nel ritmo del cestello, l’oblò di vetro pesante, il profumo del sapone di Marsiglia (quello non è cambiato, nemmeno adesso, anche se quei bei pezzi giallo-verdi di sapone con cui ripassare una macchia o lavare al volo un paio di calzini non li fanno più), pulsantini misteriosi da spingere e manopole da girare, su e giù per le scale a controllare che tutto fosse in ordine, niente fuoriuscite sospette di acqua da nessuna parte, ma soprattutto l’ordine perentorio «mi raccomando, non avvicinatevi, non toccate nulla», come se lo sfiorare anche solo inavvertitamente l’attrezzo potesse provocare chissà quali catastrofi. Un incubo. Quando, finalmente, la lavatrice finiva di fare il suo lavoro («oddio, non mi ricordo, la centrifuga l’avrà fatta?») era una specie di liberazione, si tirava un sospiro di sollievo, anche per questa volta è andata! Che poi la lavatrice, se malauguratamente capitava che si rompesse, lo faceva sempre di venerdì, a sostegno dell’ineffabile teoria della nonna (applicabile a qualsiasi tipo di attrezzo, dal telefono all’automobile passando ovviamente per tutta un’ampia serie di eventi di ogni genere, influenze e funerali compresi) che «le disgrazie [sic!] capitano sempre nel fine settimana quando non c’è uno straccio di nessuno disponibile e bisogna aspettare fino a lunedì». Credo sia successo forse una volta che la lavatrice si sia rotta sul serio (di venerdì, ovvio), ma è stata evidentemente determinante per segnare definitivamente i rapporti familiari con l’elettrodomestico.

Mammà, infatti, non è stata da meno. Nessun annuncio, fortunatamente, ma questa forma di inspiegabile deferenza è tutt’ora mantenuta: la lavatrice non si tocca, la lavatrice la fa lei e lei sola, se anche sta fuori per due settimane preferisce farne cinque al rientro piuttosto che rischiare di farci mettere le mani da me o da chiunque altro. Non che io non abbia mai provato a farmi insegnare ad utilizzarla. L’intenzione era ottima: un giorno l’ho inchiodata lì davanti all’oblò e non mi sono alzata fino a che non sono riuscita a farmi un semplicissimo schemetto con scritto su cosa lavare e quale pulsantino spingere. Sembrava una cosa facile facile, oltre che un degno contributo personale alle faccende domestiche, se non fosse che questo schemetto («guarda, lo metto qui così non me lo perdo») nel giro di pochi giorni è sparito misteriosamente, senza lasciare alcuna traccia. Al momento il mio fondamentale contributo all’uso della lavatrice è pertanto relegato all’apertura dell’oblò («ma controlla che prima abbia fatto la centrifuga, mi raccomando, non toccare nulla!») e allo stendere i panni bagnati. Ogni volta che provo a farmi rispiegare vengono accampate scuse di ogni genere, dalla banale «no, no, lascia stare, avevo già deciso di farla io domani» all’irritante «guarda, è talmente complicato spiegartelo ce faccio prima a farla io». Se a questo si aggiunge che il libretto di istruzioni ha fatto la stessa fine del mio schemetto e che il modello di casa mia manca di scritte di qualsiasi genere, a parte la marca, ma abbonda di numerini e simboletti incomprensibili che al confronto i geroglifici e la stele di Rosetta sono roba da enigmisti della domenica è facile trarre le conclusioni: è una congiura.

Qualcuno, da qualche parte, non vuole che io abbia un rapporto sano con la lavatrice.

È stata dura ammetterlo, ci sono voluto anni per capirlo e, indubbiamente, sono traumi che dopo una certa età lasciano il segno: deve essere per questo che ogni volta che sono in un negozio di elettrodomestici mi dirigo sempre al reparto lavatrici, inizio a guardarle affascinata e, appena il commesso si distrae un momento, come una bambina inizio a premere e spingere tutti quei pulsanti per vedere cosa succede…

Postato da: agense a 11:33 | link | commenti (25) |

lunedì, 19 giugno 2006
Estate

Nella profondità dell'inverno, ho imparato alla fine che dentro di me c'è un'estate invincibile (Albert Camus)

Che non dipenda più solamente da una data sul calendario quello ormai credo sia evidente anche ai meno attenti. Eppure, nonostante quest’anno alcune copertine proprio non ne vogliano sapere di ripiegarsi dentro gli armadi e le calze che qualche rara volta ancora facciano capolino, ci sono alcuni particolari che – a prescindere dal solstizio – ne annunciano la presenza. Non l’arrivo, proprio la presenza, quelle cose che quando le noti pensi «Ah, ma allora è proprio arrivata, sì sì, pensa tu, quasi non me ne ero accorta».

Sono cose piccoline, particolari appunto, che però fanno la differenza e che magari persi durante la giornate affaccendate e accaldate uno non ci si fa caso e allora devi aspettare la tranquillità della sera per rendertene conto.

Sono quei ragazzini che, dopo cena, giocano a pallone in mezzo ad una strada deserta, la porta è la saracinesca di quel garage, tre contro il portiere, passa, tira, tanto domani non c’è scuola, i quadri escono la prossima settimana, ci sono gli ennesimi Mondiali «ed ecco Ronaldiño che tira…» mentre il goal rimbomba nel silenzio della notte.

È il gusto di andare a prendere un gelato e passare una serata così fra amici, senza far nulla, chiacchierando di cose inutili, seduti su una panchina mentre i minuti passano e poi passano anche le ore, «che dite, facciamo un altro giro?» e così passano anche i gelati, due, tre…

È il tipo che rombando ti supera in moto e se lo guardi bene ha i pantaloncini corti e all’inizio pensi «ma non avrà freddo?» ma non può avere freddo perché fa caldo, fa caldo anche la sera finalmente, poi fra un mese sicuramente ce ne lamenteremo, ma intanto questo caldino morbido di sera è piacevole e sembra quasi che ti avvolga piano.

E poi sono i profumi da annusare nel silenzio, l’acacia certo, ma anche i tigli, i tigli quest’anno hanno un profumo incredibile, e i fiori di datura bianchi e rosa che si aprono la sera e riempiono il giardino dell’aroma di limone.

È la candelina antizanzare accesa davanti alla finestra per tentare di salvarsi dai ronzii molesti.

È l’eco di un televisore acceso che se ti affacci vedi anche il bagliore bluastro dalla finestra di fronte, in sottofondo c’è sempre un Ronaldiño che tira mentre le voci si accavallano fra l’acciottolio di piatti e bicchieri.

Sì, non c'è dubbio, mi sa tanto che è arrivata anche quest'anno, l'estate...

Postato da: agense a 12:11 | link | commenti (12) |

lunedì, 12 giugno 2006
Trattamenti di bellezza

La bellezza del corpo è una dote da animale, se non c'è intelligenza (Democrito)

Tlac, tlac, tlac…
Un rumore piccolo e breve, ma a suo modo insistente, ripetuto una decina di volte a distanza abbastanza ravvicinata e poi basta. Ancor più udibile, però nel silenzio mattutino estivo, quando l’aria è ancora ferma e ogni suono sembra avvolto da una specie di immobile eco.

Non era la prima volta che lo sentivo, capitava in genere a distanza di qualche giorno, ma sempre grosso modo alla stessa ora antelucana: roba da far incuriosire chiunque dopo la terza settimana!

Sbirciando silenziosamente fra le persiane semiaperte una mattina ho finalmente cercato l’origine di questo inconsueto rumore fra le ortensie e fra i rami del nespolo, fra i nidi dei passeri e il terriccio smosso dai merli, fra le impronte dei gatti e le tracce degli uomini. Niente, nulla che potesse svelare il mistero, eppure il rumore continuava.

Concentrandomi ancora meglio ho alzato gli occhi e allora l’ho visto, il rumore.
Era a torso nudo, comodamente affacciato al davanzale della finestra, la barba ancora da fare, ma già intensamente impegnano nei quotidiani riti di bellezza.

Eccolo lì, il rumore: lo scatto secco e preciso del tagliaunghie mentre minuscoli pezzettini bianchicci di indubbia provenienza planavano lentamente giù dal quinto piano.
Un senso di schifo mi ha attanagliato lo stomaco: dico, ma come può venire in mente di fare una cosa del genere? Ma non ce l'aveva un bagno? Pensa se qualcuno passava sotto quelle finestre, per firtuna che era poco più tardi dell'alba.
Poi ho ripensato a quella volta che, mentre ero comodamente sdraita in piscina a prendere il sole, un lievissimo ed infinitesimale ticchettio rivelò ai più attenti che la signora sul lettino accanto al mio si stava altrettanto comodamente e meticolosamente "ripassando" con le pinzette gambe e "zona bikini"... che fosse la moglie?!?

Postato da: agense a 21:18 | link | commenti (18) |



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