appunti, spunti e amenità varie...

Bisogna rappresentare la vita non come è né come dovrebbe essere ma come essa ci appare nei sogni (A. Checov)

Eccomi

Utente: agense
chiacchierona, egocentrica, esageratamente pignola e puntigliosa, permalosissima, sufficientemente nevrotica, normalmente egoista, scarsamente autoironica, eccessivamente curiosa, leggermente presuntuosa, poco intraprendente, implacabilmente puntuale, un po’ fifona, irrimediabilmente stonata, vagamente ambiziosa, costantemente indecisa, troppo magra, ma assolutamente sincera, gran sognatrice, decisamente romantica, piuttosto sorridente, con un ottimo senso dell’orientamento e un elevato senso del dovere, correttamente ecologica, moderatamente allegra, golosa quanto basta, sufficientemente disponibile, appassionatamente grafomane, capace di arrossire, lievemente timida, affidabile e discretamente elegante...

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venerdì, 19 gennaio 2007
La politica del matto

La politica è forse l'unica professione per la quale non si ritiene necessaria alcuna preparazione (Robert Louis Stevenson)


Convention
la chiamerebbero oggi. In realtà una riunione, o forse una conferenza o più semplicemente un incontro pubblico, come ce ne sono tanti in una città di palazzi e potere.

Un viavai continuo di gente, che anche a questo darebbero un nome nei banali servizi dei telegiornali, magari lo chiamerebbero “il popolo di qualcosa”, come il popolo della notte o il popolo dello sci o il popolo della domenica, generiche semplificazioni senza senso né logica.

Facce di ogni tipo, la coppia di mezza età, i soliti pensionati impegnati, qualche loden blu e pancia sovrappeso da Prima Repubblica, occhialini da intellettuali e ventiquattrore di pelle, parole, frasi smozzicate «… ero sicuro di vederti qui…», pochi blue tooth e molti giornali sotto il braccio, signore con meches e gonne longuette, gioielli pochi e comunque poco “classici”, molte sciarpe etniche o pseudo tali «…è che la politica oggi non è più…», qualche borsa firmata, quella sì, e anche qualche rara montatura rettangolare colorata in tinta con la cravatta, pochi giovani e comunque sopra i 30, ché tanto ormai la categoria si è allargata e a 50 anni sei al massimo maturo, abbondanza di velluto a coste e scarpe scamosciate «… hai sentito cosa ha detto l’onorevole? Ecco questo significa che noi domani in commissione…», qualche fotografo si aggira cercando volti, pochi flash, politicanti e portaborse, pacche sulle spalle, ogni tanto un microfono, una frase al volo «…quando la commissione domani si riunirà…», strette di mano, sorrisi, impermeabili piegati negligentemente, pantaloni di fustagno colorato, cronisti che parlano velocemente ai cellulari, autisti che intralciano, tutti con in mano dépliant colorati con stampati sorrisi slogan, cenni da lontano, chiacchiere ammiccanti sottobraccio «…perché se dobbiamo mettere d’accordo stato e famiglia…».

In mezzo a tutti un matto, il solito matto che all’angolo della strada, a pochi metri dall’ingresso davanti cui tutti si fermano, chiede l’elemosina e sputa, una bottiglia vuota sempre accanto, un mozzicone di sigaretta raccolto da terra e religiosamente stretto fra le dita, curiosamente elegante nella giacca di tweed lisa e troppo grande.

Si muove scomposto, il matto, con quel suo volto strano e indurito incorniciato dalla barba bianca che sembra quasi di immaginarlo come un santo seicentesco, un san Gerolamo sofferente, solo lo sguardo truce ne tradisce la follia.

Gesticola convinto, il matto, malfermo sulle gambe che sembra quasi stia per cadere da un momento all’altro, le parole incomprensibili impastate di tabacco e birra che si affastellano in un discorso rivolto a tutti e a nessuno e a guardarlo così, da dietro i vetri, concentrato nel suo biascicato monologo appassionato, viene quasi da pensare che in mezzo a tutte queste parole e persone che gli passano davanti senza nemmeno vederlo, qualsiasi cosa stia dicendo comunque abbia ragione lui.

Postato da: agense a 09:19 | link | commenti (19) |

martedì, 09 gennaio 2007
Blocco

Alcuni scrivono soltanto perché non hanno carattere sufficiente per non scrivere (Hans Hermann Kersten)

È che c’ho il blocco, inutile starci a girare tanto intorno.

Hai un bel dire sì, il trasloco, i lavori a casa nuova, il Natale che non c’è più tempo per fare nulla e poi il Capodanno che comunque ti scombussola sempre un po’, e magari anche l’influenza e poi sai la vita nuova, prepara la cena tutte le sere, spesa, bollette e tutto il resto e non riesco più a mettere insieme nemmeno una delle cose per me assolutamente fondamentali per scrivere...

No, no, niente da fare: c’ho il blocco creativo, quello che prende gli scrittori davanti alla pagina bianca. Ovvio, non gli scrittori seri, quelli no, quelli possono impiegare anni a scrivere un racconto e una pausa di un mese per loro non è un blocco creativo ma un momento di riflessione.

C’ho provato, eh, non è che non c’ho provato, ma ogni cosa che mi veniva in mente mi pareva inadatta. O almeno non sufficiente per scriverci qualcosa.

Potevo scrivere dell’Agense alle prese con la perdita del bagno del piano di sopra, che in preda allo sconforto mentre letteralmente piove dentro casa telefonata accorata ai Vigili del fuoco e si sente rispondere tranquillamente (e seriamente) «No, guardi, nun se preoccupi, nun je crolla il palazzo in testa, quelli so’ palazzi fatti mejo de quelli de oggi. E faccia ‘na cosa, se piove dal soffitto lei je faccia un paro de buchi con’ cacciavite e un martello così l’acqua viè giù via prima, defluisce…».

Potevo scrivere delle commesse dei negozi del centro – quelle che il signor Luca C. diceva che “vivono a mezze giornate, no che non sono le fate” – che si incrociano tutte le mattine sul metrò e le riconosci dai tacchi alti sin dalle 9 di mattina, dal look all’ultima moda e dalle borse che si portano dietro con dentro il pranzo (e magari anche un paio di scarpe di ricambio).

Potevo scrivere del signore che l’altra sera, sull’autobus, leggeva imperterrito “La città della gioia” , sottolineando le parole con un impercettibile movimento delle labbra come fanno i bambini e guardandolo bene ho notato le mani tozze, le unghie mangiate e rovinate, i calli, e non so perché ma quel leggere a voce bassissima fra i mille trilli dei cellulari extracomunitari che tornavano stancamente a casa mi ha colpito.

Potevo scrivere delle incredibili pantofole tigrate di peluche che una signora di quelle con il capello bianco in piega e il filo di perle, il cachemire e il foulard si provava seriamente, indecisa se ordinare un mezzo numero di più.

Ecco, potevo scrivere di tutte queste cose e ovviamente non l’ho fatto.

È perché c’ho il blocco, non c’è dubbio…

Postato da: agense a 22:11 | link | commenti (10) |



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